
di Alessandra Piubello
“Il peggior vino del contadino è meglio del miglior vino industriale”.
Amava le provocazioni intellettuali, Gino Veronelli, per la forza dirompente che emanano, tale da spostare in avanti l’obiettivo da perseguire. Un paradosso dal quale distillare la sua verità, che a distanza di ant’anni fa ancora discutere.
Se ripercorriamo gli anni precedenti al rinascimento enologico degli anni Ottanta, il vino del contadino era viziato da malagrazia, da ignoranza nella vinificazione.
Puzzava, si corrompeva presto, offriva il corpo esile di una viticoltura votata alla quantità, era sinonimo di pressappochismo e poca cura per i fattori qualitativi. Vignaioli sapienti radicati tra terra e cielo, però, c’erano già, e Veronelli li scopriva e valorizzava. Il contraltare? Una rivoluzione aziendale (investimenti in macchinari, tecnologie, ricerche) del vino nata in sordina, che all’inizio fece compiere al vino medio un salto di qualità. Poi, il successo e la brama dei soldi,hanno spinto le aziende alla super produzione, violentando la terra con escavatrici che cambiano i profili delle colline, con l’utilizzo massiccio di fitofarmaci e concimi chimici che hanno sterilizzato il suolo uccidendo la microflora e la fauna. (continua…)









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